Paolo Cicchini
14 Febbraio 2017

Francesco Pullia

L’universo composito di Doriano Galli non alligna le sue radici in un magma onirico ma nel fondo di una materia sviscerata sino all’estremo di una graduale decomposizione. In quest’appassionata indagine, svolta con intelligenza e, soprattutto, acuto senso lirico, l’oggetto finisce per smarrire i propri distintivi per divenire esclusivamente simbolo, a tal punto da rendersi traccia visibile di un preciso corso conoscitivo.

Attraverso segni e segnali, Galli riesce efficacemente a descrivere i momenti salienti di un itinerario recondito nel coloro e nella luce. Non conta, non è essenziale in questa pittura l’identificazione della cosa ma il suo porsi come mera evidenza, il suo enunciarsi come piena visione.

Impietosito dalla sofferenza della materia nella forma, l’artista la libera, la disarticola, la fa esplodere e transitare in accesi accostamenti cromatici portandola ad un punto di radicale cesura, d’insanabile frattura. Queste opere sono, pertanto, schegge o tasselli di un corpo unitario da cui vengono estrapolate e fatte emergere energia, sensualità, incantazione. L’effetto straniante che si produce non ha nulla di artificioso o studiato ma possiede sublime naturalezza.

Non è paradossale affermare che tutto qui è ermeticamente disvelato, come se ci fossero continuamente proposti indizi, frammenti di una mappa interiore con cui ognuno è chiamato a confrontarsi.